venerdì 20 agosto 2010

Selly

Osservo il cielo, mentre aspetto che un tuo pensiero diventi squillo.

Cerco la luna che stasera si nasconde chissà in quali lidi, mi rannicchio sul letto, nel buio oliato di luci lievi. Ricordo Selene, quando nelle mie preghiere non era altro che Selly, veniva a posarsi, senza fretta e con dolcezza, sul mio giaciglio.

Ci fissavamo a lungo, e asciugava spesso le mie lacrime disperse tra i riflessi candidi e i miei capelli. Chiedevo di portarti da me... e ora...ora passa ogni tanto!

La lascio stringere il mio corpo, delicatamente, poi mi riconsegna alle tue braccia, che tanto ho cercato, per cui tanto combatto, e lei c'è sempre, là da qualche parte, sa che lotto, sa che amo!



2005


giovedì 19 agosto 2010

Rosa Bianca

*
Dedicato a una persona che conoscevo. Vi prego, non chiedetemi di più.



Ascoltava la musica; le piaceva ascoltare la musica, perché si ritrovava magicamente in altri mondi, in posti lontani: poteva vivere altre sensazioni, viveva quelle belle e quelle brutte intensamente, perché così non avrebbe mai vissuto se stessa. Mai quelle che erano le sue vere sensazioni. Con la musica poteva ascoltare, semplicemente; mai parlare. E lei non voleva parlare.



Qualcuno aveva accennato al mutismo elettivo, lei si era informata su qualche libro di cosa fosse, ma non era d’accordo: lei parlava con tutti, poco e raramente, ma con tutti. Avrebbe preferito se avessero detto “vita elettiva” poiché lei semplicemente non voleva vivere, se non per vedere i documentari e ascoltare musica che non le apparteneva.



Iniziava a non vivere ogni qualvolta quelle mani la prendevano, dolci e cattive, tra le lenzuola calde della sua stanza rosa, sotto la doccia della sera, sul divano con i fiori che un tempo era tanto bello. Aveva rovinato tutto. La sua prepotenza, quella sua faccia d’angelo che la guardava ormai sorridendo perché lei non aveva più forza di muoversi o piangere da parecchi anni, e lui era contento: poteva fare di lei quello che voleva, tra le sue gambe magre.



Cercava di concentrarsi sul profumo che metteva ogni mattina per sentirsi più pulita, ma lui era troppo pesante e la sua colonia era molto più forte. Avrebbe preferito che puzzasse di alcol. Sentiva molti fatti simili in televisione, non succedeva solo a lei: erano donne, bambine, infanti, a volte anche maschietti, ad avere questo in comune con il suo corpo, ma quello che sentiva succedeva una volta, magari per strada, magari in un posto buio e freddo E si denunciava la persona perché neanche si conosceva. La si odiava. E lei che poteva fare? Lei sapeva di odiarlo.



Sperava che qualcuno nel mondo pregasse Dio affinché lui venisse perdonato, perché lei no, non lo avrebbe mai fatto, non lo avrebbe perdonato e non avrebbe chiesto al Signore di farlo per lei. Giocava con le margherite, sperando che sparisse. Ma lui era sempre lì e quando finiva e la baciava tra i seni appena fatti dicendole «Piccolina, stai diventando perfetta», lei avrebbe voluto ucciderlo. Invece rimaneva inerme con un dolore lancinante tra le gambe, e un dolore indescrivibile e infinito dentro. Non poteva parlarne con nessuno, non ne aveva la forza, si sentiva solo un animale che lui scuoiava vivo. A volte sperava che lui lo facesse davvero, così non avrebbe avuto più niente, non avrebbe avuto più un cuore, non avrebbe avuto più lui dentro di sé. Sarebbe volata via da qualche parte, lontana dalla sua casa calda e asciutta, lontana dalla sua pelle sporca, dai suoi capelli neri e i suoi occhi profondi, dal suo visino che tutti definivano delicato e imbronciato. Voleva solo fuggire via, nei luoghi che descrivevano i documentari; con la sua musica e la sua anima. Voleva solo che suo padre e tutti quelli schifosi come lui morissero all’inferno, perché quelli credono che alcune persone siano solo oggetti, credono di essere potenti e bravi, credono che entrare nel corpo di una altro sia una cosa lecita, a loro permessa perché sono forti, perché credono che coloro di cui abusano non siano niente. E forse è così, perché ormai lei non era niente: lui l’aveva trasformata in ciò che voleva, e forse sarebbe stata lei a finire all’inferno.




mercoledì 18 agosto 2010

Le figlie di Ananke. Black Light - img


PROLOGO; CAP.1; CAP.2; PER SAPERNE DI PIù




Il disegno di Thari è stato fatto a matita: mi sono basata su alcuni disegni visti in rete o forse su qualche copertina, non ricordo dove li ho visti. Poi ho photoshoppato. Le due immagini di Roma le ho prese dal web.

Ingrandite, blogger me le sfoca: se ci cliccate sopra le vedete un pochino meglio.


Ireland

Un battito d'ali
vola sul fiume,
su quel freddo fiume
che si perde nel vasto oceano.
E poi un muggito lontano,
lì il treno che corre
tra le distese infinite di verde.
Un vecchietto qui suona
il suo magico violino,
lo accompagna ballando
quella bambina
roscia,
che sogna l'amore...


agosto '97

martedì 17 agosto 2010

Le figlie di Ananke. Black Light - cap.2


Capitolo 2

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You're my angel,
Come and save me tonight.
You're my angel,
Come and make it all right.

Angel – Aerosmith



Anno 2009
Ryker lasciò la matita sulla scrivania, tra i mille libri aperti, tutti sottolineati con la penna nera. Poggiò le mani sul viso e dopo poco si strofinò gli occhi arrossati.
Sospirò osservando le poche righe che aveva scritto sul portatile e lo spense. A breve sarebbe stata ora di cena e non aveva pensato a fare nulla. Dopo essersi lavato le mani, raggiunse la cucina barcollando per la stanchezza.
Lucrezia Mancini gli lanciò un’occhiata e sorrise eccitata. «Ta-dan!» Con le presine afferrò una teglia fumante e gliela mostrò.
«Che roba è?», le domandò lui sbigottito.
Lei gonfiò il petto. «Lasagna. Sei arrivato giusto in tempo, volevo farti una sorpresa. Forse l’avrei dovuta lasciare un paio di minuti in più, ma quando sei uscito dalla camera l’ho tirata subito fuori.»
Lui parve imbarazzato. «Non ti ho neanche sentita.»
«Lo so, sei troppo preso dalla tesi. Avanti, siediti, fratello. Mangia al mio regale banchetto.»
Lui si sedette. «Matteo…»
«Matteo l’ho già chiamato. Arriverà; sai com’è, no?»
Lo sapeva. Sapeva che suo fratello viveva in un mondo tutto suo, fatto di computer, manga e Play Station e sapeva che era in una fase di rifiuto totale del mondo e delle imposizioni. A diciannove anni, sembrava un quindicenne scontroso a metà tra il nerd e il poeta maledetto.
Lucrezia invece sembrava una bambola di porcellana: pelle liscia e chiara, occhi celesti e capelli biondi; sembrava che potesse rompersi da un momento all’altro. A sedici anni passava da momenti di euforia a momenti di silenzio e nostalgia con troppa facilità.
Mangiarono chiacchierando dei compagni di classe della ragazzina, fino a che il telefono non squillò.
«Questo è papà.» Lucrezia strusciò la sedia sul pavimento e prese il cordless sul ripiano accanto ai fornelli. «Pronto? …sì» Fece una smorfia, piegando il lato del labbro inferiore in un broncio. «Sì, glielo passo.» Allungò il telefono al fratello maggiore. «Vogliono te.»
Lui osservò il prefisso della Libia e si allontanò dalla cucina. Lucrezia tese le orecchie ascoltando la voce profonda e sommessa del fratello maggiore e cercando di non farsi assalire dal martellio del cuore nel petto: suo padre era in Libia per lavoro e se non era stato lui a chiamare, doveva essergli successo qualcosa.
Matteo entrò nella stanza, anche lui con il sospetto sul viso, i muscoli facciali tesi sotto la pelle diafana. Fiutavano il peggio, senza avere il coraggio di condividerlo.
Dopo qualche minuto Ryker tornò e fece un sorriso tirato. «Tra quattro giorni torna papà.» Nonostante lo sforzo, nella voce non c’era nessuna nota di allegria.
«E?», azzardò Matteo.
Gli occhi azzurri di Ryker, che aveva preso dalla madre danese - come il nome - tremarono di un dolore che tutti loro conoscevano. «Sta bene. Deve solo essere operato ai piedi, lui...» La smorfia infantile e innaturale sul visino paffuto della sorella gli colpì il cuore come una frustrata su una ferita aperta. «Starà bene, Lulù. Non preoccuparti. È solo…»
Lei si alzò in piedi, urtando la sedia alla cassettiera. «Non voglio sapere niente. Niente!» L’urlo che aveva pensato di gridare si frammentò in un suono querulo pieno di lacrime invisibili e violente. Corse in camera chiudendo la porta a chiave con un cigolio ferruginoso, un secondo prima che Ryker riuscisse ad afferrare la maniglia.
Lui la chiamò tentando di spiegarle che non era nulla di grave, tuttavia gli risposero lo stereo a tutto volume e il rumore sordo della porta della camera di Matteo che si chiudeva con veemenza.
Imprecò a bassa voce. Prese le chiavi di casa, il guinzaglio e guidò Mars, il loro cane, fuori l’appartamento. Uscì sulla piazzetta davanti il loro portone e l’aria calda delle ottobrate romane lo investì.
«Ehi, Mars, decidi tu dove andare.» Il cane dal pelo color sabbia scodinzolò e lo strattonò verso il Lungotevere. Camminarono per diverso tempo, senza una vera meta, sotto i platani ondeggianti. Ryker era assorto nei suoi mille pensieri, nel fiume di emozioni, di odio e rabbia per quella vita ingiusta: suo padre lavorava duro, aveva dato la vita per loro, da quando la madre era morta, e null’altro poteva capitargli. Ma al telefono erano stati piuttosto chiari: avrebbe potuto perdere l’uso delle gambe.
Strinse i pugni e si accorse di essere tornato indietro, verso casa, tre vicoli prima. Nello stesso momento Mars puntò le zampe sui sampietrini, ringhiando; Ryker strinse le dita intorno al guinzaglio e guardò nella direzione in cui guardava il proprio cane.
L’ombra troppo nera di una ragazza lo fissò immobile alcuni istanti, quindi con uno scatto si voltò e corse via. Il ragazzo strattonò Mars e le corse dietro con tutta la forza che aveva nelle gambe, ripercorrendo i vicoli da cui era venuto. Giunto sul Lungotevere Cenci, pensò di averla persa; poi, però, un’ombra si infilò tra due macchine e con la grazia di un gatto saltò oltre il muretto che delimitava i muri di contenimento del Tevere. Ryker dovette aspettare che passassero due macchine, infine attraversò la strada e si affacciò dove la ragazza era saltata.
Al di sotto, lungo la banchina, non vi era nulla, a parte un grosso ratto che, ignaro di qualsiasi altro essere vivente, sbocconcellava qualcosa di molliccio. Il ragazzo batté il palmo sul marmo del parapetto, chiedendosi come si potesse fare un salto di oltre dieci metri e riuscire a scappare illesi. Si voltò a guardare il cane con l’intento di rassicurarlo, ma quello gli rispose con uno sguardo incuriosito piegando il capo e sbattendo la coda allegramente. «Oh, Mars, l’hai vista anche tu. Ora non puoi dirmi che l’ho sognata, vero?» Ma nella sua voce c’era incertezza.

***
Il sole tingeva di rosso le punte dei platani nelle strade. Le foglie secche scendevano dagli alberi con una danza cremisi e volteggiavano di nuovo beige fino a poggiarsi leggere sul fiume, che, in un attimo, le divorava con la sua foga.
Gli infiniti riflessi color cannella degli alberi e dei tetti di Roma riempivano la vista scontrandosi con il cielo limpido di quel giorno. Thari socchiuse gli occhi e assaporò il gusto morbido degli ultimi raggi sulla pelle.
«Per mille pergamene, non me ne importa un accidenti di niente: anelo con ardore tali stivali di magna beltà e saranno miei, che le tue sorelle proferissero critiche nei miei confronti.»
La ragazza aprì le palpebre evitando di fare una smorfia e guardò la donna accanto a sé puntare un tallone su una delle tegole dell’ospedale Fatebenefratelli, sull’Isola Tiberina. «Le mie sorelle, Iside, sono anche le tue», replicò. «E non mancheranno di criticarti per il resto della tua lunghissima vita; ne so qualcosa.»
L’altra sollevò le spalle e le fece una linguaccia. I suoi occhi brillarono come fiamme vive riflettendo il sole. «Mi impossesserò di cotali scarpe, ranocchietta.» Indicò un'antenna poco distante da sé. «Che quell’immondo pentacolo mi sia testimone, saranno mie.»
Thari sorrise. «Non avevo dubbi.»
«Fai bene, graziosa infante, le mie membra ti amano per questo e… ooohm, la tua voce dovrebbe delucidarmi sui recenti avvenimenti. Codeste orecchie hanno udito losche faccende sulla tua persona.»
Thari aprì la bocca e la richiuse. Benché fosse abituata ai repentini cambiamenti di argomento di Iside, impiegava sempre qualche secondo per comprenderla, inoltre, in quel caso, non era certa di voler affrontare quell’argomento.
«Corpo di mille balene, non fare il pesciolino, ranocchietta.»
«Scusami. Non credevo che la notizia si fosse già sparsa», rispose Thari, senza osservarla.
Iside si sedette di peso accanto a lei. «Perdinci Bacco! Dalle tue labbra non dovrebbero uscire tali scuse, piuttosto il tuo cuore dovrebbe orsù domandarsi perché mai non ha proferito parola al mio, tenera infante.»
La ragazza si morse un labbro. Iside era per lei un’amica, una persona che per anni le aveva fatto da madre e l’unica che non avesse mai avuto da ridire riguardo al suo essere mezza umana, tuttavia, proprio per questo legame che aveva con lei, aveva paura di deluderla. Ora, però, non poteva evitare quell’argomento. «Mi spiace, Iside. Speravo che nessuno se ne fosse accorto e quindi pensavo che la faccenda sarebbe finita nel nulla.»
La donna ondeggiò il capo. «Ranocchietta, le tue ali volano sulla città dell’Impero Romano, come pretendi che nessuno ne venga al corrente? Illuminami su come l’umano ha potuto importunarti.»
«Non è stata colpa sua. Ero io che lo seguivo, beh, non lui, la sorella a dire il vero, ma vedi, io…» Thari sospirò osservando la cupola fulva della Sinagoga trattenere gli ultimi bagliori del sole. «Lo sai, Iside: se mi rendo visibile, riesco a percepire meglio gli umani, il loro corpo, le loro emozioni.»
«Lo appresi notevole tempo fa e non ti biasimavo per codesta abitudine, quando ti tenevo meco.»
Thari annuì. «Ora le cose sono diverse. Al mio corpo è stato concesso di crescere e così al mio ruolo.»
«E sei mirabile nel tuo dovere. Anche se domandi troppo spesso talune sensazioni.» Le lanciò un’occhiata significativa. La ragazza sapeva a cosa si riferisse, perché spesso chiedeva come fosse far rinascere i bambini e, non solo le Figlie di Ananke non avrebbero dovuto provare nulla, ma non avrebbero neanche dovuto chiederselo: non era nella loro natura. «Se il capo delle milizie verrà a sapere, un grande trambusto colpirà questo lato dell’orbe.»
«Prima, però, lo sapranno i demoni e mi ostacoleranno in tutti i modi, chiunque di loro ne venga a conoscenza, vero?» Thari aveva abbassato la voce fino a farla diventare un sussurro. Il racconto di ciò che aveva fatto non si sarebbe sparso subito perché nessuno di loro voleva conoscere l’ira di chi era più potente, tuttavia chi ne fosse stato a conoscenza avrebbe tentato di eliminare Vanth Kriera Nefthari per aver disobbedito alle regole. «Ho rovinato tutto», sussurrò.
«Oh, ranocchietta.» Iside aprì le ali piumate e con una sfiorò le spalle della ragazza e la strinse in un abbraccio. «Dacché verranno a bramare la tua carne, io consiglierei, qualsivoglia loco ove ti trovi, di correr sulle gambe e dissolverti lontano.»
L’altra le posò la testa sulla spalla. «Non posso fuggire, dovrò combattere contro chi mi attaccherà. Non sono colpevole di come mia madre mi ha messa al mondo, ma se ora la situazione è questa, è solo per colpa mia e devo tirarmene fuori in qualche modo.»
Iside la strinse più forte, sapendo quanto quelle parole fossero vere.
Il sole scivolò oltre l’orizzonte e il cielo si tinse di un rosso vermiglio, come il sangue di Thari.
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lunedì 16 agosto 2010

Le figlie di Ananke. Black Light - img

PROLOGO; CAP.1; CAP.2; CAP.3; PER SAPERNE DI PIù



Alcune immagini che forse aiutano a rendere l'idea. (cliccateci sopra per vederle bene)Vittoriano di notte
vittoriano di notte



terrazza vittoriano quadrigaisola tiberina












Isola Tiberina con vista SinagogaMercato Campo dei FioriGiordano BrunoveranoVerano
Un vagheggiar di movimenti,
fermi e veloci.
I suoi occhi, Dafne,
vedono amore,
sono persi -
nella tua persona.
Urla, fanciulla,
in un silente grido,
che il Bernini
lo incastrò
in tanta ricercata libertà;
morbida pelle
di marmo
non più sarà
la tua:
l'alloro di grandi
poeti,
che solo un rametto
bramo io,
sarà tuo salvatore.
E l'Amore,
vero,
sarà ancora un odio,
che fa vivere e morire.

settembre '00

lunedì 9 agosto 2010

Le figlie di Ananke. Black Light - cap.1

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Parte prima
Capitolo 1
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Journey on to the eternal reward
It's a long way to go
A black angel at your side

Black Angel - The Cult


Anno 2006
Nel cielo di Roma non c’erano nubi, neanche la più piccola velatura.
Vanth Kriera Nefthari, figlia di Ananke, però, non riusciva a scorgere più di qualche stella nel blu ovattato della notte. Fece una smorfia e mosse l’aria davanti a sé con la mano, come a scacciare l’inquinamento della Città Eterna. Chiuse gli occhi e abbassò il viso concentrandosi sulle percezioni non umane del suo corpo.
Di colpo aprì le palpebre, iniziò a correre in uno dei vicoli di Trastevere e con il passo felpato di un gatto poggiò i piedi su una panchina, un muro sporco, un lampione spento e di nuovo il muro fino a superare il cornicione di un palazzo. Si fermò sul corrimano di una scala di ferro che portava sulla terrazza di un privato, accucciandosi sulle gambe; quindi voltò il viso verso il Vittoriano e sorrise.
Dietro i cavalli al galoppo, bloccati per l’eternità in cima al monumento, un essere bianco come neve osservava le macchine sotto di sé. La ragazza fece forza sui talloni, infilati contro ogni buongusto negli anfibi, e si librò nell’aria, spalancando lunghe ali grigie dietro le spalle. Tre, forse quattro battiti e le suole di gomma si adagiarono sul lato opposto di dove si trovava l’altra creatura che, vedendola arrivare, inclinò il capo e le sorrise con affettazione.
Anch’egli spalancò le ali bianche, tuttavia si limitò a un volo radente al bordo frontale del Vittoriano, quasi lo stesse accarezzando con i sandali dorati. Invisibile a occhi umani, aggirò la Vittoria alata sulla biga di bronzo e si fermò. «Thari», esordì con una voce mielata. «Quell’uomo deve vivere.»
«Akel», replicò lei senza il minimo tentennamento, «quell’uomo deve morire. Stanotte.»
Lui spostò il peso del corpo su un lato, sfiorando con la mano una delle ruote della scultura e guardando la ragazza, immobile due gradoni più sotto rispetto a lui. «Io non vi comprendo: trovo ridicola la testardaggine di voi Moire.»
Thari sorrise a quell’appellativo. «Non lo devi comprendere e non capisco neppure perché tu stia tentando di farlo da così tanto tempo. Ucciderò quell’uomo, Akel, Figlio della Luce, e ucciderò anche te se tenterai di impedirmelo; sai che lo farò.»
Lui fece scorrere lo sguardo su di lei, indugiando sulla sua pelle più nera della pece; indossava due distinti pezzi di stoffa: il primo le copriva il bacino come una gonna corta e leggera; il secondo era un lungo tessuto incrociato avanti e dietro, drappeggiato in modo da coprirle il seno e stretto da una cordicella sulla vita. Era una delle poche figlie di Ananke a vestire in quel modo. Akel era convinto che fosse ridicolo: troppo corta la gonna, troppo strano l’incrocio delle vesti e troppo fuori posto gli anfibi; ma ammetteva che, ora che il corpo di lei aveva assunto quella forma, la rendeva appieno donna. Una donna sensuale, tuttavia imperfetta.
«Sai, per me è piuttosto frustrante dover combattere con te, insomma, eri una bambina fino a pochissimi anni fa e lo sei stata così a lungo che nessuno pensava più a un cambiamento. Un caso che spero di non dover ritrovare in futuro. Non so come tu ti sia guadagnata un posto, nonostante il tuo sangue, io non te lo avrei concesso», aggiunse con voce tagliente.
«Non fare l’angioletto sprovveduto, sai benissimo che non ero una bambina, se non nella forma. O stai ragionando in termini umani?» lo stuzzicò.
Akel strinse appena le palpebre. «Tesoro, non è la forma che ti rendeva una bambina, era la tua incapacità di essere demone. Deve essere dura combattere con il lato umano.»
«Continui a fare lo sprovveduto o, forse, speri solo di farmi perdere la pazienza. Gli umani possono chiamarvi angeli, tuttavia siete dei demoni quanto noi, e come tali siete a metà tra l’essere umano e la divinità; vuoi negarlo, Akel?»
Senza preavviso, lui scoppiò a ridere, scuotendo i capelli biondi e lucidi anche nel buio della notte. «Thari, sei molto gentile a farmi queste lezioni di demonologia, un ripasso fa sempre bene. Tu, però, sei nata perché tua madre aveva deciso di farsi una sana scopata con un umano.» Fece una pausa. «Vuoi forse negarlo?», le fece il verso.
«Non nego mai ciò che sono, Figlio della Luce», replicò gelida, spostandosi sul gradone più alto senza smettere di guardarlo. «Al contrario di voi altri, mi sono guadagnata il mio posto e il mio lavoro.»
«Uccidere umani innocenti?»
«Esattamente.»
Una folata di vento scompigliò a entrambi i capelli chiari. «Non credi che sia crudele?»
Thari abbassò un poco il mento, sollevò con calma la mano destra, che portò dietro le scapole piumate, e impugnò l’elsa della sua spada; la lama emise un sibilo uscendo dalla fodera che la sosteneva. «Voi angioletti avete la noiosissima capacità di farmi sempre le stesse identiche domande. Non capisco se sia un modo per farmi perdere tempo o se siete davvero così interessati alla mia natura, all’etica del mio sangue e al tentativo di farmi cambiare idea. Purtroppo ho un uomo da far rinascere e un equilibrio da mantenere: se vuoi tentare di fermarmi, fallo; ma chiudi la bocca.»
L’aria calda dell’estate mosse la toga di Akel, che estrasse la sua spada, aggrottando la fronte. «Sei ingiusta. Lo siete tutte voi, porterete dolore e lacrime e odio nei confronti di Dio.»
«Porterò Patrizio Esposito nelle mani di Dio; dovresti essere contento», ribatté lei asciutta.
«Non puoi sapere dove andrà.»
Lei alzò gli occhi al cielo, puntò i piedi a terra e sollevò la spada; in un batter di ciglia si avvicinò all’avversario con un affondo. Akel parò con la proprio arma, senza scansarsi, e lei gli fissò gli occhi grigi a pochissimi centimetri di distanza. «Hai ragione, non so dove andrà, ma so che rinascerà tra poco. E anche tu.»
Lui balzò indietro, flessuoso ed elegante, e con un salto si posò sul sedere di uno dei cavalli, posando i sandali con la morbidezza di una piuma. «Quanti angeli hai ucciso? Uno, due?»
Lei lo raggiunse poggiandosi con grazia sulla testa del quadrupede. «Hai paura di me, Akel?»
«Sai che il Bene prima o poi trionfa sul Male?», le rispose lui volteggiando intorno a lei.
Thari sfiorò la lama di lui con la propria, quasi volesse saggiarlo con delicatezza. «Chi ti racconta queste favolette, tua madre? E scrivi anche a Babbo Natale, magari.» La punta della sua spada disegnò un cerchio perfetto attorno a quella di Akel, la scontrò, la sospinse indietro e l’allontano dal proprio torace.
Lui la spostò senza demordere, fluttuò sulla cima del monumento e affondò su di lei, mirando al cuore. «Certo che gli scrivo», rispose parlando più forte dello stridere acuto delle lame a contatto. «Io non vado in giro a far morire le persone. Sono un bambino buono.»
La ragazza volò insieme a lui, le ali appena aperte per non farle scontrare con quelle di Akel. La bellezza di un perfetto passo di valzer, ma le armi scesero a incastrarsi sulle impugnature, bloccandoli a vicenda. Entrambi posarono i piedi sul pavimento della terrazza, tenendosi stretti in un abbraccio. Lei alzò il viso verso di lui, avrebbe quasi potuto baciarlo. «Però i tuoi occhi bramano la mia morte», commentò caustica.
Lui sorrise, con una dolcezza che sembrava sincera. «Perché tu sei il Male, tesoro.»
E prima che potesse rendersene conto, la lama di un pugnale le perforò il fianco sinistro.
Gemette.
Liberò la propria spada e fece due passi indietro, guardandosi la ferita, da cui usciva sangue rosso. Sangue umano. Lo stesso che era rimasto sulla lama che l’aveva colpita. Guardò Akel e la soddisfazione sul suo volto. «Non puoi uccidermi con quello», disse senza riuscire a dissimulare la sorpresa di tale mossa.
«Lo so», replicò lui, atono. «Ma posso farti molto male. E quando sarai debole ti finirò con la spada. È questo il bello di essere del tutto demoni: tu non puoi ferirmi, se non con la tua spada.»
Thari poggiò il palmo della mano sulla ferita, avvertendo il calore della propria energia. Akel aveva ragione, era svantaggiata. Poteva evitare lo scontro, curarsi e tornare all’attacco, ma non aveva tempo a sufficienza: l’umano doveva rinascere e non avrebbe potuto farlo senza di lei. Continuando a tenere la mano sulla ferita, alzò di nuovo l’arma contro il suo nemico. Lui sorrise compiaciuto, parando tutti i suoi colpi.
Lei serrò le mascelle e isolò il mondo attorno a sé. Le mille luci di Roma sparirono, e così il Vittoriano, la brezza tesa sui tetti, il suono borbottante delle automobili e gli autobus notturni, il fondo scuro dei Fori Imperiali, il cielo, la terra. C’erano solo lui e lei. I fendenti precisi che scivolavano come pennellate; i corpi che si muovevano agili roteando con i muscoli tesi.
E il dolore. Il dolore che divampava subito sotto le costole. Thari chiuse gli occhi e si concentrò sulla percezione mentale del corpo e l’essenza di lui. E le sue lame.
Vanth Kriera Nefthari era veloce; lo sapevano tutti.
Gli scatti, i volteggi, i balzi felini di Akel non servirono a molto: quando lei riaprì le palpebre di un nero corvino, lui era a terra e le stava puntando contro solo il pugnale. Con la coda dell’occhio poteva scorgere la spada di lui troppo lontana dalla sua mano, non si voltò a guardarla: il volto del nemico ora non riusciva a nascondere la paura. La morte, la vita, la rinascita; tutti temono ciò che non conoscono.
Lei imprecò in silenzio perché quella paura era nettare troppo dolce; e troppo crudele anche per lei.
«Uccidimi pure, demone dell’inferno, sarà il Bene a vincere.» La voce di Akel era bassa, tagliente e non tradiva il terrore dipinto nei lineamenti.
Thari spostò la toga di lui con la punta della sua arma, scoprendo il petto del colore dell’alabastro. Prese l’impugnatura con entrambe le mani e il suo corpo perfetto mostrò tutta la sicurezza di ciò in cui credeva. «Che Dio ti benedica, Figlio della Luce», sussurrò.
E la lama rifletté il disco rossiccio della luna che sorgeva a est, prima di affondare nel cuore azzurro di Akel.

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domenica 8 agosto 2010

Un profumo di ginestre

tra i respiri

d'amore;

e

il ciel s'è acceso

di stelle;

correndo su fulgidi

ricordi,

in questo mondo

distrutto

da passional desideri,

sdraiato tra l'erba,

infilzando futili

sogni,

s'acquieta

lo spirito.

Giugno '98

sabato 7 agosto 2010

Le figlie di Ananke. Black Light - PROLOGO

Prologo
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So close no matter how far
couldn't be much more from the heart
forever trusting who we are
and nothing else matters.

Nothing Else Matters - Metallica

Anno 2002
I fiori colorati profumavano di maggio, d’amore e spensieratezza. Nel cielo di novembre, però, un tuono cupo rimbombò tra le nubi basse.
Ryker Mancini toccò con la punta delle dita l’immagine della madre, una foto di cinque anni prima, quando lei era ancora una persona sana e il suo sorriso non nascondeva l’irrequietezza di una malattia che non voleva andarsene.
Il ragazzo scostò i capelli color cenere dalla fronte e sollevò il viso a guardare le statue di alcuni bambini davanti a una cappella di famiglia che si sollevava proprio dietro la tomba di sua madre. Una statua era più grande delle altre, rappresentava un angelo con le mani congiunte in una preghiera che sorrideva con dolcezza verso di lui.
Il cimitero del Verano, nel cuore di Roma, aveva delle sculture talmente belle che lui sarebbe rimasto a guardarle per ore, così, sospeso a metà in quel posto astratto dal tempo e la realtà, tra le foto antiche e ingiallite, e il profumo dei cipressi. Ma un’ombra dietro una seconda cappella catturò la sua attenzione, facendogli respirare la fragranza di rose selvagge.
Deglutì e si trovò a fissare gli occhi profondi di una ragazzina, mezza nascosta da una colonna in marmo bianco. Occhi neri come la notte, come un tuono, come un ultimo respiro. Neri come la morte. Ryker scosse il capo, incredulo a quei pensieri, e la bambina distolse lo sguardo da lui posandolo sulla sorellina del ragazzo.
Non lo faceva spesso, eppure si trovò a deglutire di nuovo, a disagio: non esiste il nero come l’ultimo respiro. Cosa aveva quella bambina? La pelle liscia troppo scura; i capelli a caschetto troppo chiari; la mano destra che si muoveva come brezza spostando una rosa nera; le ali troppo grandi.
Il ragazzo sbatté le palpebre, e riprese aria quando si accorse di fissare la statua dell’angelo e le sue immense ali piumate, leggere e morbide, intagliate nella pietra dura. Si voltò a guardare la sorella che, inginocchiata a terra, stringeva gli occhi e le dita – incrociate tra loro – mormorando l’Ave Maria. Come era giusto che fosse, non si era accorta di nulla.
Le accarezzò la testa bionda con dolcezza, come se stesse toccando qualcosa di troppo fragile. Lei aprì gli occhi e gli sorrise con espressione mesta; dopo il funerale, lui non l’aveva più vista piangere. Né ridere.
«Andiamo a casa, Lulù», le disse con voce sicura.


Oniriche immagini
di carezze soffuse
e baci scarlatti.
Sorridi stasera,
fuori il mondo di sempre.
Stringimi, assaporami,
riempimi ancora;
il gelo ci dipinge,
ma le mie dita
sono calde stanotte...


ottobre '08


Scrivi i silenzi
che lascia
il bombardamento
della vita,
gratti via il sangue
di battaglie
mai iniziate,
fino a
ridere e piangere
dei confini trovati.
Ci sarà un motivo,
se il cielo piange,
ci sarà un motivo
se dietro ci son
sempre le stelle.

maggio'07